Si chiama Born In The Woods (We Were Never Being Boring/Audioglobe – 2016) l’album di debutto di Birthh. Nonostante la giovanissima età, Alice Bisi dimostra di avere le idee abbastanza chiare, la sua prima creatura è uno specchio che cattura al suo interno geometrie raffiguranti una spessa malinconia. Angoli e spigoli ammorbiditi dal synth pop, quest’ultimi incapaci nel concepire luce in questa improvvisa notte. Dieci track autunnali che rendono il battito un maremoto. Il crepuscolo e il suo privarci delle ombre è quasi inedito, annulla alla memoria il ciclo del tempo, l’alternarsi delle stagioni e l’avvicendarsi dei volti della nostra vita.



Pochi mesi fa ha visto la luce Born in the Woods, in questi primi mesi di vita hai già tirato delle primissime somme?! È un lavoro che avuto un ottimo riscontro, te lo aspettavi?!


No, non me l’aspettavo assolutamente, è un disco che ho molto a cuore ovviamente quindi speravo che potesse piacere, però non credevo di riuscire a suonare in posti belli come quelli del tour che sto facendo ora (senza contare quello negli Stati Uniti che è stato davvero incredibile). Sono molto contenta di come stanno andando le cose anche se c’è ancora una marea di lavoro da fare.


In questo album ci sono ramificazioni che partono dalla parte più intima della tua persona, cosa rende diversa Birthh da Alice?


In realtà credo che non ci sia una grande differenza tra come mi pongo io da “musicista” e come mi pongo poi nella vita reale: secondo me per essere credibili si deve in un certo senso parlare delle cose che si conoscono, di quelle che più ci appartengono, scrivere per me è anche un ottimo modo per scoprire cose nuove di me stessa. Posso dire però che da quando ho scritto i pezzi del disco sono maturata molto come persona, spero che si possa sentire nelle cose che scriverò in futuro.


Pensando a Birthh qual è la prima cosa che disegneresti su un pezzo di carta?


Un albero ma perché è l’unica cosa che so disegnare.


Viviamo l’epoca dei talent show, ultimo baluardo del mainstream. Dall’altra parte, l’erogazione della musica pseudo-indipendente riesce, con la parola low-fi, a dar visibilità a prodotti spesso discutibili che un tempo sarebbero rimasti anonimi ai più. In questi anni così strani per la musica in generale, che tipo di approccio hai con quello che all’oggi è la scena musicale?!


Non presto una grande attenzione alle varie “scene musicali”, ascolto e scrivo quello che mi piace.


Immagina un tour lunghissimo, porta con te un disco, libro e sogno da voler realizzare.


Probabilmente mi porterei Carrie and Lowell di Sufjan Stevens e il mio libro di letteratura del liceo, ci sono ancora un sacco di cose che non ho letto lì dentro. Sul sogno proprio non saprei, credo che già fare un tour lunghissimo sia una bella cosa.




Angelo Sava
luglio, 2016

Si chiama Born In The Woods (We Were Never Being Boring/Audioglobe – 2016) l’album di debutto di Birthh. Nonostante la giovanissima età, Alice Bisi dimostra di avere le idee abbastanza chiare, la sua prima creatura è uno specchio che cattura al suo interno geometrie raffiguranti una spessa malinconia. Angoli e spigoli ammorbiditi dal synth pop, quest’ultimi incapaci nel concepire luce in questa improvvisa notte. Dieci track autunnali che rendono il battito un maremoto. Il crepuscolo e il suo privarci delle ombre è quasi inedito, annulla alla memoria il ciclo del tempo, l’alternarsi delle stagioni e l’avvicendarsi dei volti della nostra vita.


Pochi mesi fa ha visto la luce Born in the Woods, in questi primi mesi di vita hai già tirato delle primissime somme?! È un lavoro che avuto un ottimo riscontro, te lo aspettavi?!

No, non me l’aspettavo assolutamente, è un disco che ho molto a cuore ovviamente quindi speravo che potesse piacere, però non credevo di riuscire a suonare in posti belli come quelli del tour che sto facendo ora (senza contare quello negli Stati Uniti che è stato davvero incredibile). Sono molto contenta di come stanno andando le cose anche se c’è ancora una marea di lavoro da fare.

In questo album ci sono ramificazioni che partono dalla parte più intima della tua persona, cosa rende diversa Birthh da Alice?

In realtà credo che non ci sia una grande differenza tra come mi pongo io da “musicista” e come mi pongo poi nella vita reale: secondo me per essere credibili si deve in un certo senso parlare delle cose che si conoscono, di quelle che più ci appartengono, scrivere per me è anche un ottimo modo per scoprire cose nuove di me stessa. Posso dire però che da quando ho scritto i pezzi del disco sono maturata molto come persona, spero che si possa sentire nelle cose che scriverò in futuro.

Pensando a Birthh qual è la prima cosa che disegneresti su un pezzo di carta?

Un albero ma perché è l’unica cosa che so disegnare.

Viviamo l’epoca dei talent show, ultimo baluardo del mainstream. Dall’altra parte, l’erogazione della musica pseudo-indipendente riesce, con la parola low-fi, a dar visibilità a prodotti spesso discutibili che un tempo sarebbero rimasti anonimi ai più. In questi anni così strani per la musica in generale, che tipo di approccio hai con quello che all’oggi è la scena musicale?!

Non presto una grande attenzione alle varie “scene musicali”, ascolto e scrivo quello che mi piace.

Immagina un tour lunghissimo, porta con te un disco, libro e sogno da voler realizzare.

Probabilmente mi porterei Carrie and Lowell di Sufjan Stevens e il mio libro di letteratura del liceo, ci sono ancora un sacco di cose che non ho letto lì dentro. Sul sogno proprio non saprei, credo che già fare un tour lunghissimo sia una bella cosa.



Angelo Sava
luglio, 2016