Lo scorso 11 Aprile è uscito Discordia (Overdrive – 2016), ultima fatica di Bologna Violenta.
Nicola Manzan dal 2005 narra il declino della musica contemporanea. In cima al concept del polistrumentista trevigiano, in un affogato inchiostro nero, quel “Bervismo” da lui stesso coniato che da sempre contraddistingue Bologna Violenta; una polaroid di paure del nostro tempo, l’odio e la susseguente morte come comune denominatore dell’innato masochismo dell’umanità, specchio cinico della nostra storia in cui vite spezzate da criminalità, ignoranza e qualunquismo ne hanno fatto da padrona. Abbracciando, così, eventi della nostra storia (come il penultimo capitolo Uno Bianca) o semplicemente raccontando di come gli esseri umani dedichino la propria vita a mettersi gli uni contro gli altri per avere come comune obiettivo la morte, infatti Discordia è l’arrancare dell’uomo moderno, che si affaccia inesorabilmente allo scenario sempre meno irreale del Nuovissimo Mondo che Nicola menzionava nei primi passi della sua creatura hardcore.



Ciao Nicola, come stai?! Da poco hai compiuto quarant’anni, alle spalle tante esperienze di vita e di musica, lo spartiacque di questi due emisferi alle volte sarà stato quasi impalpabile. Pensi di esser cambiato tanto negli ultimi vent’anni?


Ciao Angelo, sto abbastanza bene, non mi posso lamentare.
A dire la verità non mi sento un granché cambiato. Di sicuro ho imparato molte cose, ho sempre cercato di far tesoro di tutte le esperienze, positive o negative che fossero. Sono forse più determinato, anche se il termine più giusto potrebbe essere “consapevole”. So quello che voglio e cerco di migliorarmi ogni giorno, nonostante sappia benissimo che ho molti limiti, essendo fondamentalmente un essere umano con tutto ciò che questo comporta. Di sicuro stare in giro per l’Italia per parecchi anni ha fatto sì che mi sia potuto confrontare con molte realtà diverse che mi hanno fatto crescere. Non nego che questo traguardo dei quarant’anni mi abbia spaventato per parecchio tempo, però ora come ora non ci faccio caso, cerco di concentrarmi sui miei obiettivi con l’intenzione di raggiungerli, se non nel minor tempo possibile, almeno a testa alta, sapendo che tutto ciò che arriva è conquistato sul campo, senza rimpianti o rimorsi.


Dal 2005 a oggi Bologna Violenta è stato un manifesto di quello che tu stesso ai definito Il Declino Della Musica Contemporanea, Il Nuovissimo Mondo narra a tratti uno scenario post-apocalittico, il successivo Utopie e Piccole Soddisfazioni non ne perde la tragedia, la voglia di staccarsi dai meccanismi convenzionali della scena musicale italiana è ancor più forte, sbocciando definitivamente con il successivo concept Uno Bianca che ha fatto, nel bene e nel male, parlare tanto di se. Il prossimo 11 Aprile esce Discordia (OverDrive Records - 2016), cosa dobbiamo aspettarci?


Discordia è un disco che mi rappresenta molto, almeno dal punto di vista musicale. La grande differenza rispetto ai precedenti è che la scrittura dei pezzi è partita dalle batterie di Alessandro Vagnoni, il mio nuovo compagno di avventure, musicista preparatissimo e persona che mi dà molto entusiasmo. Se da un lato lo stile è rimasto riconoscibile, per questo album non mi sono posto molti limiti, sia dal punto di vista compositivo che espressivo. Ci sono molte melodie, ho cercato di tirar fuori l’aspetto più cinematografico della mia musica, anche se resta sempre presente l’aspetto più aggressivo e fastidioso. Il lavoro di scrittura è stato molto lungo, anche perché non mi piace l’idea di mettermi a registrare solo perché ho delle scadenze. Quando sento che ho qualcosa da dire, mi metto al computer, chitarra alla mano, e mi metto a comporre. Non sempre i risultati sono stati soddisfacenti, infatti per la prima volta ho anche scartato dei pezzi e ho addirittura fatto dei provini prima di decidere di registrare tutto per bene. Non volevo fare un concept come quello di Uno Bianca, quello è stato un lavoro molto pesante e anche molto sofferto che al momento non mi andava di ripetere. Però con il passare del tempo mi sono man mano reso conto che stavo vivendo un periodo di forti contrasti, prima di tutto con me stesso. Mi è sembrato di passare dei mesi a litigare da solo, cercando un senso in quello che stavo facendo, partendo dalla vita privata fino alla musica. Non è stato per niente facile, devo ammetterlo, ma ad un certo punto ho capito che tutto ruotava attorno contrasti, sul voler essere costantemente contro tutto e tutti, ma allo stesso tempo rendendomi conto che volevo una certa tranquillità nei rapporti con il mondo che mi circonda. Insomma, per dirla tutta, ho avuto dei mesi in cui passavo da momenti di grande entusiasmo ad altri contrassegnati da profondo sconforto. Gli ultimi due anni non sono stati per niente facili sotto molti aspetti. Poi ad un certo punto ho avuto una serie di “illuminazioni” e mi sono reso conto che il disco era finito e che mi piaceva molto. Tutto aveva un senso, i pezzi funzionavano e mi sono accorto che sembravano un po’ delle fotografie di quanto vissuto in quest’ultimo periodo. Mi sento di dire che è un disco un po’ più vario degli altri, molto probabilmente proprio perché i tempi di scrittura sono stati abbastanza lunghi e intervallati da altre uscite e molti lavori in studio che mi hanno comunque influenzato.


L’innesto di Alessandro Vangoni ha determinato un nuovo approccio nel live durante il tour della precedente fatica, quanto è stato importante la sua collaborazione per la stesura di Discordia?


La collaborazione con Alessandro è stata importantissima, non lo nego. Già il fatto di lavorare su batterie scritte da un batterista vero è stato per me abbastanza sconvolgente. Mi sono ritrovato a lavorare su strutture per me anomale, per quanto poi le abbia adattate alle mie esigenze, quindi è stato molto stimolante cercare di dare un senso a pezzi scritti da un altro musicista, soprattutto avendo la chiara idea di non perdere di vista quella che è l’identità di BV. Sarebbe forse stato più facile fare un progetto nuovo con lui, ma sentivo di aver bisogno di stimoli esterni per rinfrescare il progetto e per avere nuove idee da trasformare in musica fastidiosa. C’è da dire inoltre che Alessandro ha anche registrato i bassi del disco, quindi si è occupato di tutta la sezione ritmica. Poi, cosa importantissima, ha mixato il disco ed è stata in assoluto la prima volta in cui mi sono sentito di affidare un lavoro a nome BV ad un “estraneo”. Ho sempre fatto tutto io, dalla composizione al mastering dei dischi, ma stavolta ho sentito che eravamo in perfetta sintonia ed ho preferito che fosse lui a mixare i brani, un po’ perché è un professionista molto preparato, un po’ perché volevo riposare le orecchie e la testa prima di finalizzare il tutto e mandare in stampa. Quindi posso ribadire il concetto: la collaborazione con Alessandro è stata importantissima.


L’impressione è che nella scena musicale italiana sia sparito, surrogati di talent a parte, il mainstream. La scena pseudo-indie (pseudo visto che di indipendente, a mio avviso, non c’è molto se si va a guardare sopra il livello dell’underground), adesso, è l’unico traino realmente produttivo nel panorama nostrano?


Mi sento di darti ragione, anche se forse non vorrei che fosse così. Tolti pochi nomi grossi usciti più o meno di recente (penso ai vari Negramaro o Modà), mi sembra che chi va a Sanremo, ad esempio, lo faccia più che altro per avere una visibilità o un rilancio di una carriera più o meno finita. Sembra che ormai i cantanti mainstream siano quelli che fanno pochi concerti, pochissimi, ma magari conducono programmi televisivi o simili, come se l’aspetto musicale fosse solo un mezzo per arrivare ad altro, a qualcosa che sembra più importante della musica stessa. In Italia abbiamo un fermento underground pazzesco, con gente che fa musica che potrebbe essere considerata mainstream (visto il seguito di pubblico dal vivo, oltre alle vendite che sono ormai quasi paragonabili a quelle degli artisti “famosi”), ma che non viene assolutamente considerata come se potesse essere quella di cui ci ricorderemo un domani, quando i piccoli fenomeni di passaggio saranno spariti nel nulla. Questo è un po’ il risultato di ciò che stiamo vivendo ora, in un’epoca in cui si presta sempre meno attenzione a ciò che esce, visto che siamo bombardati di informazioni di qualsiasi tipo e che quindi il tempo da dedicare magari ad un disco sia nettamente inferiore rispetto a trent’anni fa. Mi sento di dire che la nostra generazione non è altro che un sottile strato di polvere che si va ad appoggiare alla montagna di cose che ci sono già state prima di noi che, per una serie molto lunga di motivi, sono rimaste nell’immaginario collettivo, sono diventate dei classici, facendo pensare che dopo quelle non ci potrà essere più niente di così importante, bello e soprattutto da ricordare.


Di piccole e grandi soddisfazioni nei hai vissute tante, quali ambizioni o utopie restano fortemente ancorate in te all’oggi?


Ho l’ambizione di continuare a suonare tantissimo dal vivo e di portare la mia musica in giro per il mondo. Ovviamente questa è anche una mezza utopia, perché non penso che ci sia tutta sta gente interessata alla musica che faccio, però mi piace pensare che sono ancora all’inizio di un lungo percorso che non so ancora di preciso dove mi condurrà. Al momento la più grande utopia comunque sembra quella di poter avere una vita un po’ più tranquilla di quella che ho ora. Ma penso che poi mi annoierei e che rimpiangerei i periodi come questo, in cui non riesco a pensare ad altro che alla mia musica e a tutto ciò che fa parte di questo mio piccolo mondo fatto più che altro di rumore.




Angelo Sava
aprile, 2016

Lo scorso 11 Aprile è uscito Discordia (Overdrive – 2016), ultima fatica di Bologna Violenta.
Nicola Manzan dal 2005 narra il declino della musica contemporanea. In cima al concept del polistrumentista trevigiano, in un affogato inchiostro nero, quel “Bervismo” da lui stesso coniato che da sempre contraddistingue Bologna Violenta; una polaroid di paure del nostro tempo, l’odio e la susseguente morte come comune denominatore dell’innato masochismo dell’umanità, specchio cinico della nostra storia in cui vite spezzate da criminalità, ignoranza e qualunquismo ne hanno fatto da padrona. Abbracciando, così, eventi della nostra storia (come il penultimo capitolo Uno Bianca) o semplicemente raccontando di come gli esseri umani dedichino la propria vita a mettersi gli uni contro gli altri per avere come comune obiettivo la morte, infatti Discordia è l’arrancare dell’uomo moderno, che si affaccia inesorabilmente allo scenario sempre meno irreale del Nuovissimo Mondo che Nicola menzionava nei primi passi della sua creatura hardcore.


Ciao Nicola, come stai?! Da poco hai compiuto quarant’anni, alle spalle tante esperienze di vita e di musica, lo spartiacque di questi due emisferi alle volte sarà stato quasi impalpabile. Pensi di esser cambiato tanto negli ultimi vent’anni?

Ciao Angelo, sto abbastanza bene, non mi posso lamentare.
A dire la verità non mi sento un granché cambiato. Di sicuro ho imparato molte cose, ho sempre cercato di far tesoro di tutte le esperienze, positive o negative che fossero. Sono forse più determinato, anche se il termine più giusto potrebbe essere “consapevole”. So quello che voglio e cerco di migliorarmi ogni giorno, nonostante sappia benissimo che ho molti limiti, essendo fondamentalmente un essere umano con tutto ciò che questo comporta. Di sicuro stare in giro per l’Italia per parecchi anni ha fatto sì che mi sia potuto confrontare con molte realtà diverse che mi hanno fatto crescere. Non nego che questo traguardo dei quarant’anni mi abbia spaventato per parecchio tempo, però ora come ora non ci faccio caso, cerco di concentrarmi sui miei obiettivi con l’intenzione di raggiungerli, se non nel minor tempo possibile, almeno a testa alta, sapendo che tutto ciò che arriva è conquistato sul campo, senza rimpianti o rimorsi.

Dal 2005 a oggi Bologna Violenta è stato un manifesto di quello che tu stesso ai definito Il Declino Della Musica Contemporanea, Il Nuovissimo Mondo narra a tratti uno scenario post-apocalittico, il successivo Utopie e Piccole Soddisfazioni non ne perde la tragedia, la voglia di staccarsi dai meccanismi convenzionali della scena musicale italiana è ancor più forte, sbocciando definitivamente con il successivo concept Uno Bianca che ha fatto, nel bene e nel male, parlare tanto di se. Il prossimo 11 Aprile esce Discordia (OverDrive Records - 2016), cosa dobbiamo aspettarci?

Discordia è un disco che mi rappresenta molto, almeno dal punto di vista musicale. La grande differenza rispetto ai precedenti è che la scrittura dei pezzi è partita dalle batterie di Alessandro Vagnoni, il mio nuovo compagno di avventure, musicista preparatissimo e persona che mi dà molto entusiasmo. Se da un lato lo stile è rimasto riconoscibile, per questo album non mi sono posto molti limiti, sia dal punto di vista compositivo che espressivo. Ci sono molte melodie, ho cercato di tirar fuori l’aspetto più cinematografico della mia musica, anche se resta sempre presente l’aspetto più aggressivo e fastidioso. Il lavoro di scrittura è stato molto lungo, anche perché non mi piace l’idea di mettermi a registrare solo perché ho delle scadenze. Quando sento che ho qualcosa da dire, mi metto al computer, chitarra alla mano, e mi metto a comporre. Non sempre i risultati sono stati soddisfacenti, infatti per la prima volta ho anche scartato dei pezzi e ho addirittura fatto dei provini prima di decidere di registrare tutto per bene. Non volevo fare un concept come quello di Uno Bianca, quello è stato un lavoro molto pesante e anche molto sofferto che al momento non mi andava di ripetere. Però con il passare del tempo mi sono man mano reso conto che stavo vivendo un periodo di forti contrasti, prima di tutto con me stesso. Mi è sembrato di passare dei mesi a litigare da solo, cercando un senso in quello che stavo facendo, partendo dalla vita privata fino alla musica. Non è stato per niente facile, devo ammetterlo, ma ad un certo punto ho capito che tutto ruotava attorno contrasti, sul voler essere costantemente contro tutto e tutti, ma allo stesso tempo rendendomi conto che volevo una certa tranquillità nei rapporti con il mondo che mi circonda. Insomma, per dirla tutta, ho avuto dei mesi in cui passavo da momenti di grande entusiasmo ad altri contrassegnati da profondo sconforto. Gli ultimi due anni non sono stati per niente facili sotto molti aspetti. Poi ad un certo punto ho avuto una serie di “illuminazioni” e mi sono reso conto che il disco era finito e che mi piaceva molto. Tutto aveva un senso, i pezzi funzionavano e mi sono accorto che sembravano un po’ delle fotografie di quanto vissuto in quest’ultimo periodo. Mi sento di dire che è un disco un po’ più vario degli altri, molto probabilmente proprio perché i tempi di scrittura sono stati abbastanza lunghi e intervallati da altre uscite e molti lavori in studio che mi hanno comunque influenzato.

L’innesto di Alessandro Vangoni ha determinato un nuovo approccio nel live durante il tour della precedente fatica, quanto è stato importante la sua collaborazione per la stesura di Discordia?

La collaborazione con Alessandro è stata importantissima, non lo nego. Già il fatto di lavorare su batterie scritte da un batterista vero è stato per me abbastanza sconvolgente. Mi sono ritrovato a lavorare su strutture per me anomale, per quanto poi le abbia adattate alle mie esigenze, quindi è stato molto stimolante cercare di dare un senso a pezzi scritti da un altro musicista, soprattutto avendo la chiara idea di non perdere di vista quella che è l’identità di BV. Sarebbe forse stato più facile fare un progetto nuovo con lui, ma sentivo di aver bisogno di stimoli esterni per rinfrescare il progetto e per avere nuove idee da trasformare in musica fastidiosa. C’è da dire inoltre che Alessandro ha anche registrato i bassi del disco, quindi si è occupato di tutta la sezione ritmica. Poi, cosa importantissima, ha mixato il disco ed è stata in assoluto la prima volta in cui mi sono sentito di affidare un lavoro a nome BV ad un “estraneo”. Ho sempre fatto tutto io, dalla composizione al mastering dei dischi, ma stavolta ho sentito che eravamo in perfetta sintonia ed ho preferito che fosse lui a mixare i brani, un po’ perché è un professionista molto preparato, un po’ perché volevo riposare le orecchie e la testa prima di finalizzare il tutto e mandare in stampa. Quindi posso ribadire il concetto: la collaborazione con Alessandro è stata importantissima.

L’impressione è che nella scena musicale italiana sia sparito, surrogati di talent a parte, il mainstream. La scena pseudo-indie (pseudo visto che di indipendente, a mio avviso, non c’è molto se si va a guardare sopra il livello dell’underground), adesso, è l’unico traino realmente produttivo nel panorama nostrano?

Mi sento di darti ragione, anche se forse non vorrei che fosse così. Tolti pochi nomi grossi usciti più o meno di recente (penso ai vari Negramaro o Modà), mi sembra che chi va a Sanremo, ad esempio, lo faccia più che altro per avere una visibilità o un rilancio di una carriera più o meno finita. Sembra che ormai i cantanti mainstream siano quelli che fanno pochi concerti, pochissimi, ma magari conducono programmi televisivi o simili, come se l’aspetto musicale fosse solo un mezzo per arrivare ad altro, a qualcosa che sembra più importante della musica stessa. In Italia abbiamo un fermento underground pazzesco, con gente che fa musica che potrebbe essere considerata mainstream (visto il seguito di pubblico dal vivo, oltre alle vendite che sono ormai quasi paragonabili a quelle degli artisti “famosi”), ma che non viene assolutamente considerata come se potesse essere quella di cui ci ricorderemo un domani, quando i piccoli fenomeni di passaggio saranno spariti nel nulla. Questo è un po’ il risultato di ciò che stiamo vivendo ora, in un’epoca in cui si presta sempre meno attenzione a ciò che esce, visto che siamo bombardati di informazioni di qualsiasi tipo e che quindi il tempo da dedicare magari ad un disco sia nettamente inferiore rispetto a trent’anni fa. Mi sento di dire che la nostra generazione non è altro che un sottile strato di polvere che si va ad appoggiare alla montagna di cose che ci sono già state prima di noi che, per una serie molto lunga di motivi, sono rimaste nell’immaginario collettivo, sono diventate dei classici, facendo pensare che dopo quelle non ci potrà essere più niente di così importante, bello e soprattutto da ricordare.

Di piccole e grandi soddisfazioni nei hai vissute tante, quali ambizioni o utopie restano fortemente ancorate in te all’oggi?

Ho l’ambizione di continuare a suonare tantissimo dal vivo e di portare la mia musica in giro per il mondo. Ovviamente questa è anche una mezza utopia, perché non penso che ci sia tutta sta gente interessata alla musica che faccio, però mi piace pensare che sono ancora all’inizio di un lungo percorso che non so ancora di preciso dove mi condurrà. Al momento la più grande utopia comunque sembra quella di poter avere una vita un po’ più tranquilla di quella che ho ora. Ma penso che poi mi annoierei e che rimpiangerei i periodi come questo, in cui non riesco a pensare ad altro che alla mia musica e a tutto ciò che fa parte di questo mio piccolo mondo fatto più che altro di rumore.



Angelo Sava
aprile, 2016