I Lags sono una band post-hardcore, termine riduttivo visto le sfaccettature variegate che accolgono le sonorità di questi quattro ragazzi provenienti dalla capitale, è tattile il vaporizzarsi del punk anni ’90, liquefatto a piccoli tratti dall’alternative americano e da atmosfere ammiccanti al più primordiale emo-violence. Chitarroni che esplodono pari passo con il muro corale, quando è tempo di innalzare la muraglia, le funi stringono la pietra, dinamismi si frantumano e immobili si accetta il proprio destino.
Pilot (Lose La Track / Audioglobe 2015) è un album che rappresenta in pieno il concept del progetto e delle esperienze che ha vissuto la band prima di chiudere questo disco d’esordio che può solo far ben sperare per il futuro.



Siete in attività dal 2013, nel corso degli anni avete accumulato chilometri di concerti, la musica è capace di intrecciare le storie delle persone, voi ne siete l’esempio, anche i vari cambi di formazione vi hanno fatto approcciare a nuovi volti e alle loro storie, che hanno influito sicuramente anche sulla musica dei Lags stessi. Guardando indietro riuscite a distinguere i momenti più importanti?


Ciao a tutti. Proveremo ad essere schematici, almeno in questa risposta, e per questo ti sottoporremo una breve lista della spesa dei quattro momenti più importanti nel nostro, ancora breve, percorso:

- La scelta di Lorenzo Stecconi come produttore unico della nostra musica. Il suo tocco ha definitivamente migliorato il nostro sound e il nostro songwriting. Collaborare con una persona così diversa da noi, per background musicale e approccio, ha reso la musica dei Lags qualcosa di parecchio diverso rispetto alla nostra idea iniziale. Una scelta vincente, che ci ha permesso di ottenere risultati che sono andati ben oltre le nostre aspettative.

- La separazione da Luca, nostro ex cantante e autore della maggior parte dei nostri testi, che ha fatto sì che Antonio diventasse il frontman della band, con il conseguente arrivo di Gianluca alla seconda chitarra, scelta che ha modificato la sostanza di questa band e l’ha portata a essere quella che è oggi.

- Il momento in cui due band italiane, i Chambers in primis e Don Boskov poi, hanno suggerito la nostra musica e il nostro album al patron di To Lose la track Luca Benni; Luca ha scelto di lavorare con noi per la stampa del nostro primo e unico album “PILOT” anche grazie a loro, di questo ne siamo consapevoli e indubbiamente grati.

- L’arrivo nel nostro organico di due fantastiche persone come Flavio Di Giuseppe e Lorenzo Spurio Pompili in sostituzione dell’emigrato Andrew, nostro batterista ufficiale (in Svezia da un anno per motivi di lavoro). Sono due ragazzi d’oro che ci hanno permesso, grazie alla loro voglia e passione, di proseguire con il tour e la promozione del disco. La loro è una posizione scomoda e non smetteremo mai di ringraziarli.


Pilot (Lose La Track / Audioglobe 2015) dal sound ai contenuti della sua penna, disegna un manifesto del nostro tempo, di quanto sia difficile dare una direzione alla quotidianità, soprattutto se si ha il “vezzo” di suonare, a maggior ragione se si ha trent’anni. Il nostro è un paese ideale per decidere di fare della musica la propria vita?


Sicuramente il nostro non è un paese ideale per decidere di fare della musica la propria vita, almeno dal punto di vista organizzativo. Manca una struttura forte che sovvenzioni e favorisca ogni forma artistica e culturale in modo efficace, soprattutto se la tua musica esula dalle logiche di mercato del tuo paese di appartenenza. Non serve molto a capirlo. Detto ciò è anche vero che, per citare e stravolgere le parole di De Andrè “Dal Letame Nascono i Fiori”: siamo convinti che laddove si fatica a ottenere qualcosa, si riesce ad esprimere in maniera più autentica e organica una forte necessità comunicativa.


La maggior parte degli artisti facente parte della scena indie, in realtà indipendente non è. Ci sono molti progetti che hanno alle spalle ingranaggi molto simili alle major. In questo momento di confusione, quanto è facile perdersi in realtà plastificate?


Crediamo che sia molto più facile per il pubblico cadere in confusione che per un artista in sé. Siamo convinti che la maggior parte dei musicisti, dei cantautori e delle band si siano rifugiati dietro l’egida del termine Indipendente più per una necessità di appartenenza che per motivi legati a una scelta ponderata. Infatti la realtà smaschera certi vizi di forma, soprattutto quando ti trovi a tu per tu con alcuni meccanismi. Siamo però dell’idea che in un mercato musicale come il nostro sia molto difficile attuare una scelta radicale, in particolare se il tuo obiettivo è quello di vivere di musica. L’importante è perseguire certi “sogni” in modo autonomo e coerente, senza snaturare completamente il proprio modo di trasmettere un messaggio o diffondere un proprio immaginario.


I talent sono la morte della musica?


Non pensiamo che i talent siano la morte della musica in toto, ma che forse modifichino profondamente nel pubblico la realtà del panorama musicale non soltanto nostrano, ma mondiale. Chi vive di soli talent percepisce il palco nello schermo televisivo come il punto di arrivo massimo nella carriera di un’artista, escludendo e tagliando fuori un mondo che purtroppo vive in parallelo, e gode sì di meno successo nel breve periodo, ma si arricchisce di maggiori soddisfazioni sia sul lato umano che su quello espressivo. I talent indirizzano le persone a volgere lo sguardo sempre e solo verso il grande evento, a partecipare a qualcosa che riguarda un rito sempre più collettivo che personale. È la parabola discendente del consumismo, in fondo. In qualità di musicisti, seppur in parte amatoriali, restando legati alle nostre radici e al nostro modo di essere lanciamo quotidianamente un messaggio alle persone che ci sono vicine e che di fronte ai nostri sacrifici possono capire meglio il valore dell’impegno, e quindi anche della propria onestà intellettuale; riusciamo a dimostrare che quello che avviene nei talent è solo una faccia della medaglia, che rappresenta una minoranza di persone, un mondo a sé stante, e non un modo generalizzato di vivere la musica


Immaginate un tour molto lungo, portate con voi un disco, libro e sogno da voler realizzare.


Beh, ognuno di noi potrebbe portare un libro e un disco diverso, siamo persone con gusti spesso agli antipodi. Per fare tutti contenti infilerei nello stereo “The Argument” dei Fugazi e nella borsa “Please Kill Me” di Legs Mcneil.
Il sogno da realizzare è vivere in tour 365 giorni all’anno; poi ci svegliamo nel cuore della notte un po’ rimbambiti e tutti sudati.




Angelo Sava
marzo, 2016

I Lags sono una band post-hardcore, termine riduttivo visto le sfaccettature variegate che accolgono le sonorità di questi quattro ragazzi provenienti dalla capitale, è tattile il vaporizzarsi del punk anni ’90, liquefatto a piccoli tratti dall’alternative americano e da atmosfere ammiccanti al più primordiale emo-violence. Chitarroni che esplodono pari passo con il muro corale, quando è tempo di innalzare la muraglia, le funi stringono la pietra, dinamismi si frantumano e immobili si accetta il proprio destino.
Pilot (Lose La Track / Audioglobe 2015) è un album che rappresenta in pieno il concept del progetto e delle esperienze che ha vissuto la band prima di chiudere questo disco d’esordio che può solo far ben sperare per il futuro.


Siete in attività dal 2013, nel corso degli anni avete accumulato chilometri di concerti, la musica è capace di intrecciare le storie delle persone, voi ne siete l’esempio, anche i vari cambi di formazione vi hanno fatto approcciare a nuovi volti e alle loro storie, che hanno influito sicuramente anche sulla musica dei Lags stessi. Guardando indietro riuscite a distinguere i momenti più importanti?

Ciao a tutti. Proveremo ad essere schematici, almeno in questa risposta, e per questo ti sottoporremo una breve lista della spesa dei quattro momenti più importanti nel nostro, ancora breve, percorso:

- La scelta di Lorenzo Stecconi come produttore unico della nostra musica. Il suo tocco ha definitivamente migliorato il nostro sound e il nostro songwriting. Collaborare con una persona così diversa da noi, per background musicale e approccio, ha reso la musica dei Lags qualcosa di parecchio diverso rispetto alla nostra idea iniziale. Una scelta vincente, che ci ha permesso di ottenere risultati che sono andati ben oltre le nostre aspettative.

- La separazione da Luca, nostro ex cantante e autore della maggior parte dei nostri testi, che ha fatto sì che Antonio diventasse il frontman della band, con il conseguente arrivo di Gianluca alla seconda chitarra, scelta che ha modificato la sostanza di questa band e l’ha portata a essere quella che è oggi.

- Il momento in cui due band italiane, i Chambers in primis e Don Boskov poi, hanno suggerito la nostra musica e il nostro album al patron di To Lose la track Luca Benni; Luca ha scelto di lavorare con noi per la stampa del nostro primo e unico album “PILOT” anche grazie a loro, di questo ne siamo consapevoli e indubbiamente grati.

- L’arrivo nel nostro organico di due fantastiche persone come Flavio Di Giuseppe e Lorenzo Spurio Pompili in sostituzione dell’emigrato Andrew, nostro batterista ufficiale (in Svezia da un anno per motivi di lavoro). Sono due ragazzi d’oro che ci hanno permesso, grazie alla loro voglia e passione, di proseguire con il tour e la promozione del disco. La loro è una posizione scomoda e non smetteremo mai di ringraziarli.

Pilot (Lose La Track / Audioglobe 2015) dal sound ai contenuti della sua penna, disegna un manifesto del nostro tempo, di quanto sia difficile dare una direzione alla quotidianità, soprattutto se si ha il “vezzo” di suonare, a maggior ragione se si ha trent’anni. Il nostro è un paese ideale per decidere di fare della musica la propria vita?

Sicuramente il nostro non è un paese ideale per decidere di fare della musica la propria vita, almeno dal punto di vista organizzativo. Manca una struttura forte che sovvenzioni e favorisca ogni forma artistica e culturale in modo efficace, soprattutto se la tua musica esula dalle logiche di mercato del tuo paese di appartenenza. Non serve molto a capirlo. Detto ciò è anche vero che, per citare e stravolgere le parole di De Andrè “Dal Letame Nascono i Fiori”: siamo convinti che laddove si fatica a ottenere qualcosa, si riesce ad esprimere in maniera più autentica e organica una forte necessità comunicativa.

La maggior parte degli artisti facente parte della scena indie, in realtà indipendente non è. Ci sono molti progetti che hanno alle spalle ingranaggi molto simili alle major. In questo momento di confusione, quanto è facile perdersi in realtà plastificate?

Crediamo che sia molto più facile per il pubblico cadere in confusione che per un artista in sé. Siamo convinti che la maggior parte dei musicisti, dei cantautori e delle band si siano rifugiati dietro l’egida del termine Indipendente più per una necessità di appartenenza che per motivi legati a una scelta ponderata. Infatti la realtà smaschera certi vizi di forma, soprattutto quando ti trovi a tu per tu con alcuni meccanismi. Siamo però dell’idea che in un mercato musicale come il nostro sia molto difficile attuare una scelta radicale, in particolare se il tuo obiettivo è quello di vivere di musica. L’importante è perseguire certi “sogni” in modo autonomo e coerente, senza snaturare completamente il proprio modo di trasmettere un messaggio o diffondere un proprio immaginario.

I talent sono la morte della musica?

Non pensiamo che i talent siano la morte della musica in toto, ma che forse modifichino profondamente nel pubblico la realtà del panorama musicale non soltanto nostrano, ma mondiale. Chi vive di soli talent percepisce il palco nello schermo televisivo come il punto di arrivo massimo nella carriera di un’artista, escludendo e tagliando fuori un mondo che purtroppo vive in parallelo, e gode sì di meno successo nel breve periodo, ma si arricchisce di maggiori soddisfazioni sia sul lato umano che su quello espressivo. I talent indirizzano le persone a volgere lo sguardo sempre e solo verso il grande evento, a partecipare a qualcosa che riguarda un rito sempre più collettivo che personale. È la parabola discendente del consumismo, in fondo. In qualità di musicisti, seppur in parte amatoriali, restando legati alle nostre radici e al nostro modo di essere lanciamo quotidianamente un messaggio alle persone che ci sono vicine e che di fronte ai nostri sacrifici possono capire meglio il valore dell’impegno, e quindi anche della propria onestà intellettuale; riusciamo a dimostrare che quello che avviene nei talent è solo una faccia della medaglia, che rappresenta una minoranza di persone, un mondo a sé stante, e non un modo generalizzato di vivere la musica

Immaginate un tour molto lungo, portate con voi un disco, libro e sogno da voler realizzare.

Beh, ognuno di noi potrebbe portare un libro e un disco diverso, siamo persone con gusti spesso agli antipodi. Per fare tutti contenti infilerei nello stereo “The Argument” dei Fugazi e nella borsa “Please Kill Me” di Legs Mcneil.
Il sogno da realizzare è vivere in tour 365 giorni all’anno; poi ci svegliamo nel cuore della notte un po’ rimbambiti e tutti sudati.



Angelo Sava
marzo, 2016