Makai è il moniker che fa esordire Dario Tatoli in questa nuova avventura firmata More Letters Records. Hands è un sasso color piombo aggrappato alla parete più fredda e nevosa dell’elettronica, riflette a se le albe del cantautorato dando vita a particelle di parole. Intimi cunicoli che domani verranno negati alla polvere, un bagliore che gioverà in cinque brani ad un’attesa lunga anni, in quest’ultimi hanno visto molecola per molecola il completarsi dell’atomo. Cinque brani sussurrati alla bufera che, anche nell’assopimento degli attimi più intrisi di calore, invocano un cielo plumbeo. Hands è un pomeriggio interminabile, la nostalgia è la lamiera dell’ultimo giorno, un lavoro contemporaneo e allo stesso tempo evocativo.

Abbiamo incontrato Dario per scambiare pareri riguardo questo debutto tanto atteso.



Domani vedrà la luce la primissima creatura di Makai, una lenta gestazione e la conseguente attesa ha reso questa data importante. C’è stato un momento chiave durante la sua scrittura in cui hai colto la totalità di Hands?


Ho sempre lavorato in maniera quasi maniacale ma allo stesso modo disordinata ad una quantità infinita di samples, idee e bozze, probabilmente la coerenza stilistica che volevo ottenere l’ho riconosciuta comprendendo come utilizzare la voce e la chitarra e di conseguenza abbandonando per un po’ il computer, ci sono dei brani che chitarra e voce funzionano particolarmente e se l’approccio è quello di scrivere “canzoni” resta la regola più antica di sempre.


Negli ultimi anni hai ascoltato tanta musica passeggiando da un genere all’altro, molta di questa ha avuto te come strumento e condotto finale riguardo la resa dei suoni e della loro fusione, questo ti ha mai mandato in confusione? Hands ha una coerenza e una purezza che pare quasi fuori dal tempo, è stato facile per te difenderlo dal bipolarismo degli ascolti riguardanti la tua professione?!


La fortuna del mio lavoro è quella di incontrare musicisti talentuosi molto spesso. Ritengo il confronto nella vita, la linfa reale della creatività, certo probabilmente spesso un processo creativo nasce in un primo luogo per emulazione, ma Hands lo trovo un lavoro decisamente evocativo probabilmente perché ho ragionato più in funzione di una ricerca spasmodica delle immagini, delle visioni, piuttosto che sulle timbriche date dalla ricerca sonora. In questo mi ritengo più vicino al linguaggio filmico che a quello musicale. I suoni li ho sempre ritenuti relativi ad un immagine. Le mie immagini saranno per forza differenti da quelle delle persone che incontro in studio quando lavoro. Il proprio vissuto è strettamente personale. Intimo.


Makai esordisce in uno stato malinconico toccante, i geyser si sprecano abbassando la temperatura emotiva, c’è una accettazione in questa mestizia che quasi ne disinnesca la patologia. Spesso è piacevole sentire freddo..(?)


Potremmo parlare di questo per ore. Sono d’accordo con quello che percepisci. In “Hands” esiste una malinconia di fondo decisamente importante, ma ti dico anche che per me alcuni brani sono di un calore assoluto, per me è pieno di bagliori e di speranza. Ricercare una sensazione di freddo a tutti i costi lo trovo quasi patologico, quindi non piacevole di certo.


L’indie è il nuovo mainstream e finge da qualche anno di vantare una patina esclusiva fuori il suo involucro che spesso ha l’odore della plastica bruciata, i talent show temendo una futura perdita di hype ne vorrebbero quasi inglobarne il tanfo, mentre aldilà della discarica la reale indipendenza/underground continua la sua sopravvivenza nel suonare a rimborso in quei pochi spazi non sgomberati. L’utenza dei concerti segue gli artisti sui social e disertano il live, romantici e improvvisati addetti ai lavori creano etichette, booking e uffici stampa. Come esempio mi viene spesso in mente il lavoro dell’orologiaio, non si sa cosa facciano precisamente per migliorare le dinamiche di un ingranaggio invisibile ai più; comunicati stampa inviati a chissà chi, recensioni scritte sull’onda dello skippare le tracce e improbabili telefonate a svogliati gestori dei locali. Per fortuna non descrivo la totalità della musica in Italia, anche se una buona fetta di quest’ultima è erogata nel nostro paese con queste dinamiche, un manifesto tragicomico oserei dire. Qual è il tuo punto sulla musica nel 2016?! Che stato d’animo provi nel pianificare una release in questi anni?


La musica di molti Italiani è meravigliosa. La condizione della musica in Italia l’hai ampiamente descritta nella tua domanda, non credo avrei da aggiungere altro. Il mio stato d’animo è incredibilmente sereno in questo momento, lo trovo divertente e stimolante. Ho solo cercato di fare del mio meglio, il resto è relativo adesso.


Pensando a Makai qual è la prima cosa che disegneresti su un pezzo di carta?!


Un albero.


Makai parte per un tour lunghissimo, porta con te un disco, libro e sogno da voler realizzare.


Disco : Mala – Devendra Banhart

Libro : Un qualsiasi libro per smettere di fumare.

Ad alcune fiabe ci credo ancora, il sogno non te lo dico.




Angelo Sava
giugno, 2016

Makai è il moniker che fa esordire Dario Tatoli in questa nuova avventura firmata More Letters Records. Hands è un sasso color piombo aggrappato alla parete più fredda e nevosa dell’elettronica, riflette a se le albe del cantautorato dando vita a particelle di parole. Intimi cunicoli che domani verranno negati alla polvere, un bagliore che gioverà in cinque brani ad un’attesa lunga anni, in quest’ultimi hanno visto molecola per molecola il completarsi dell’atomo. Cinque brani sussurrati alla bufera che, anche nell’assopimento degli attimi più intrisi di calore, invocano un cielo plumbeo. Hands è un pomeriggio interminabile, la nostalgia è la lamiera dell’ultimo giorno, un lavoro contemporaneo e allo stesso tempo evocativo.

Abbiamo incontrato Dario per scambiare pareri riguardo questo debutto tanto atteso.


Domani vedrà la luce la primissima creatura di Makai, una lenta gestazione e la conseguente attesa ha reso questa data importante. C’è stato un momento chiave durante la sua scrittura in cui hai colto la totalità di Hands?

Ho sempre lavorato in maniera quasi maniacale ma allo stesso modo disordinata ad una quantità infinita di samples, idee e bozze, probabilmente la coerenza stilistica che volevo ottenere l’ho riconosciuta comprendendo come utilizzare la voce e la chitarra e di conseguenza abbandonando per un po’ il computer, ci sono dei brani che chitarra e voce funzionano particolarmente e se l’approccio è quello di scrivere “canzoni” resta la regola più antica di sempre.

Negli ultimi anni hai ascoltato tanta musica passeggiando da un genere all’altro, molta di questa ha avuto te come strumento e condotto finale riguardo la resa dei suoni e della loro fusione, questo ti ha mai mandato in confusione? Hands ha una coerenza e una purezza che pare quasi fuori dal tempo, è stato facile per te difenderlo dal bipolarismo degli ascolti riguardanti la tua professione?!

La fortuna del mio lavoro è quella di incontrare musicisti talentuosi molto spesso. Ritengo il confronto nella vita, la linfa reale della creatività, certo probabilmente spesso un processo creativo nasce in un primo luogo per emulazione, ma Hands lo trovo un lavoro decisamente evocativo probabilmente perché ho ragionato più in funzione di una ricerca spasmodica delle immagini, delle visioni, piuttosto che sulle timbriche date dalla ricerca sonora. In questo mi ritengo più vicino al linguaggio filmico che a quello musicale. I suoni li ho sempre ritenuti relativi ad un immagine. Le mie immagini saranno per forza differenti da quelle delle persone che incontro in studio quando lavoro. Il proprio vissuto è strettamente personale. Intimo.

Makai esordisce in uno stato malinconico toccante, i geyser si sprecano abbassando la temperatura emotiva, c’è una accettazione in questa mestizia che quasi ne disinnesca la patologia. Spesso è piacevole sentire freddo..(?)

Potremmo parlare di questo per ore. Sono d’accordo con quello che percepisci. In “Hands” esiste una malinconia di fondo decisamente importante, ma ti dico anche che per me alcuni brani sono di un calore assoluto, per me è pieno di bagliori e di speranza. Ricercare una sensazione di freddo a tutti i costi lo trovo quasi patologico, quindi non piacevole di certo.

L’indie è il nuovo mainstream e finge da qualche anno di vantare una patina esclusiva fuori il suo involucro che spesso ha l’odore della plastica bruciata, i talent show temendo una futura perdita di hype ne vorrebbero quasi inglobarne il tanfo, mentre aldilà della discarica la reale indipendenza/underground continua la sua sopravvivenza nel suonare a rimborso in quei pochi spazi non sgomberati. L’utenza dei concerti segue gli artisti sui social e disertano il live, romantici e improvvisati addetti ai lavori creano etichette, booking e uffici stampa. Come esempio mi viene spesso in mente il lavoro dell’orologiaio, non si sa cosa facciano precisamente per migliorare le dinamiche di un ingranaggio invisibile ai più; comunicati stampa inviati a chissà chi, recensioni scritte sull’onda dello skippare le tracce e improbabili telefonate a svogliati gestori dei locali. Per fortuna non descrivo la totalità della musica in Italia, anche se una buona fetta di quest’ultima è erogata nel nostro paese con queste dinamiche, un manifesto tragicomico oserei dire. Qual è il tuo punto sulla musica nel 2016?! Che stato d’animo provi nel pianificare una release in questi anni?

La musica di molti Italiani è meravigliosa. La condizione della musica in Italia l’hai ampiamente descritta nella tua domanda, non credo avrei da aggiungere altro. Il mio stato d’animo è incredibilmente sereno in questo momento, lo trovo divertente e stimolante. Ho solo cercato di fare del mio meglio, il resto è relativo adesso.

Pensando a Makai qual è la prima cosa che disegneresti su un pezzo di carta?!

Un albero.

Makai parte per un tour lunghissimo, porta con te un disco, libro e sogno da voler realizzare.

Disco : Mala – Devendra Banhart

Libro : Un qualsiasi libro per smettere di fumare.

Ad alcune fiabe ci credo ancora, il sogno non te lo dico.



Angelo Sava
giugno, 2016