Lo scorso 25 Dicembre è uscito il capitolo finale della trilogia dei Marnero, si chiama La Malora. Come i due precedenti (Naufragio Universale e Il Sopravvissuto), lamiere di chitarre creano una culla di spine attorno il romanzo delle voci, un canto di sirene post-apocalittico, una furiosa mareggiata ritmica di drammaturgico post-hardcore. I Marnero sono una fotografia in bianco e nero di un porto illuminato da un faro nella notte. Un veliero oscuro che rammenta la definitiva perdita di speranza, cercando in una bussola impazzita più un degno cordoglio che una direzione precisa. Tre capitoli intensi, l’ultimo (La Malora, Sanguedischi, ToLoseLaTrack, Shove, EscapeFromToday, FalloDischi) accompagnato da un libro omonimo firmato da J.D. Raudo (La Malora, BéBert Edizioni). I tre dischi del quartetto bolognese danzano nell’oblio della indifferenza e a più riprese contemplano un “Io” che perde tempo nel riflettersi nel fiume dei nostri anni, complice quel nemico di cui si attende il cadavere, che in realtà celava un volto famigliare, il nostro. Il Naufragio Universale spezza via l’ultimo respiro, c’è tanto coraggio in questa rotta buia (avere fede in qualche stella non lo so se mi conviene che il vero volto delle cose è al buio che si vede bene), poi la Malora è tragica verità che non fa più male (guardo davanti ai miei occhi e vi vedo ammanettati alla morte) e lentamente, in questi ultimi passi, ripetersi di guardare l’abisso e imparare a morire.

Ho incontrato J.D.;



“La trilogia Del Fallimento” credo abbia un epilogo tragico con l’arrivo della Malora, è così?!


Dunque, iniziamo col dire che a questo punto noi siamo le ultime persone in grado di sapere come finisce questa piccola storia. Questa storia da adesso è in mano ad altre persone. Possiamo però dire che non c'è un epilogo, la storia inizia proprio lì dove c'è la parola "Fine. E poi. Di nuovo." Da lì inizia la storia, quella da riscrivere, condividere, fare propria, portarsi dietro lungo la strada. Siccome la Trilogia votata al fallimento è per forza incompleta, adesso, secondo me, sta a chi la legge decidere che cosa c'è oltre quello Specchio Nero. Decidere che cosa c'è dall'Altro Lato. Decidere qual è il Come e dov'è l'Eppure e cos'è un Altrimenti. La Malora non arriva. È qui, è sempre stata qui, incombe su tutti, i ciliegi incantevoli di Dolls sfioriscono e tu li guardi, poi fioriscono di nuovo e stai ancora camminando. E per questo bisogna andare avanti anche se avanti non c'è niente: è proprio il momento di alzare il bavero ed andare. Penso questo come un tipo di Nichilismo che spinge ad accettare il rischio, a ribaltare, ribellarsi, recalcitrare, mettere in questione le abitudini, scartare di lato. Trovare il Come.


I Marnero, a mio avviso, sono stati fedeli narratori di questi anni. Nel presente che viviamo, ci vedo tanto nichilismo, anche mutando gli ambiti il risultato è non riconoscersi in quel che siamo, come se qualcosa ci trascinasse fuori da quello che sia giusto pensare e fare. Ho divorato tanta speranza nel Il Sopravvissuto su quel “quindi adesso barra a dritta, si procede, che dietro ormai la costa non si vede”, riesci a trovare briciole di speranza nei confronti delle nostre vite e del nostro paese?


Risposte non ce ne sono. Non c'è epilogo, non c'è approdo, non c'è salvezza. Una destinazione finale non c'è, e non c'è alcuna soluzione, né è il momento di riposarsi. Vedi, dentro la Taverna si possono fare solo domande: Che cosa è giusto pensare e fare? Ci riconosciamo in quel che siamo? Ma che cosa siamo davvero? Delle identità, dei copioni, delle maschere, dei volti, dei ruoli? E quello che Noi siamo, chi lo ha deciso? Dunque, potremmo forse Noi essere altro? Nella storia che raccontiamo ne La Malora, i personaggi progressivamente si frantumano e perdono i loro ruoli, e allora quando il Baro non può più barare, che cosa diventa? Forse l'identità perduta libera le anime. Una cosa però, la possiamo dire. Cercare briciole di speranza è come mettere la testa nel forno. Se c'è una cosa che paralizza il cambiamento, se c'è un lucchetto inespugnabile che fissa le catene, quella è la Speranza. Nel libro, il Marinaio racconta di essere stato rinchiuso in una galera chiamata Esperanza. (Lo dice anche Bane a Batman, eh, senza andare troppo lontano: nulla si crea ec. ec.). Che cos’ è Esperanza? Esperanza è un luogo infernale, dove da una piccola finestra intuisci una via di uscita e credi di poterti arrampicare fino là. Ma in realtà non c'è nessun varco e tutti muoiono nel tentativo di raggiungerlo. Quando in realtà la porta della Gabbia era aperta! Ecco il grande inganno! La prima cosa necessaria, per potersi liberare, è quindi abbandonare la falsa illusione che ti dà la Speranza, quella trappola orrenda. Solo avanzare nella più totale assenza di Speranza ti consente di utilizzare il tuo penultimo giorno come se fosse l'ultimo, e cioè: andando a fare un bagno nel mare di notte, che è quello che, nella Taverna, ci dice che farà il Marinaio prima di morire.


Se potessi incontrare il te stesso di quindici anni fa, cosa gli consiglieresti col senno di poi?


Ah. Se lo incontrassi sarebbe un bel problema, perché quello che sono oggi è la somma degli errori e dei passi che ha fatto il me stesso del passato. Il fallimento è necessario per poter continuare a remare, è necessario per poter spezzare il ciclo Illusione/Disillusione. Quindi se non avessi fatto certi errori, se non avessi attraversato certi naufragi e fallimenti, adesso non potrei dare proprio nessun consiglio, e quindi si creerebbe un circolo in loop di eterno ritorno. Un paradosso. Un Marty McFly che si cancella, nella foto, da solo, mentre canta, struggentemente, "Oh Angel". Lì c'è La Malora. Forse è per questo che ho sempre preferito quando Marty canta "Oh Angel" rispetto a quando fa "Johnny Be Good". Anche se il cugino di Chuck Berry mi fa sempre molto ridere.


L’impressione è che in Italia uno spazio autogestito, anche se longevo nella sua occupazione, possa essere sgomberato in fretta e furia senza troppi perché. Questo succede esclusivamente per un problema riguardante la cultura del nostro paese o pensi che ci siano meccanismi nascosti difficili da decifrare che portino a murare l’impegno e l’ideale di un gruppo di persone?


Parli di Atlantide. Da lontano forse la peculiarità della storia di Atlantide può apparire sfocata. Non possiamo raccontarla in poche parole. Ma Atlantide è un simbolo, è un avamposto. La sua storia insegna molto, anche adesso che ci sono dei mattoncini che l'hanno trasformata in Pompei. Guardando dalla finestra di Atlantide, si possono vedere ancora le cose cristallizzate come erano nell'ultimo istante, durante l'ultimo concerto, e quindi è davvero come vedere Pompei. Sepolta, paralizzata, sotto cenere si crea però la brace. C'è qualcosa che brucia lì sotto, c'è qualcosa che sopravvive. Un villaggio che si è formato. Un NOI. Quella cenere, quel muro, spiegano molto bene qual è l'idea di cultura che c'è in questo paese e che porta avanti questo tipo di amministrazioni. Che poi, a Bologna sono le stesse amministrazioni che poi si bullano: di sovvenzionare discoteche che fingono di fare controcultura underground, di contribuire a documentari sulla città dove c'era l'Isola nel Cantiere, di mettere su mostre di foto mettendoci il bollino a tutto ciò che, in realtà, trenta anni fa volevano distruggere. Così, non mi stupirei affatto che se fra venti anni il Comune di Bologna facesse una mostra su Atlantide, per celebrare post-mortem qualcosa che ha voluto fortemente distruggere e seppellire. Complimenti.


E’ uscito il tuo libro La Malora (BéBert Edizioni), è una visione dilatata di tutta la Trilogia?


La Malora è la storia che volevo raccontare nel quarto disco della Trilogia. Ma visto che nessuno mi ha mai regalato per natale il dono della sintesi, al momento di mettermi a scrivere i testi, ho buttato giù la storia senza preoccuparmi del vincolo della metrica. Risultato: 180 pagine. Da quelle pagine ho estratto i testi delle canzoni, per poi rendermi conto che non vivevano di vita propria, avevano bisogno di un contesto in cui inserirsi, e le canzoni non bastavano a raccontare i personaggi. A quel punto è arrivato Matteo di Bébert (http://www.bebert.it), che mi ha proposto di pubblicare il romanzo e allora ecco che è il parto della Malora è diventato bicefalo e siamese: Due dischi, un libro, 4 parti di una Trilogia che nasceva già sapendo di fallire.


Dopo la Malora cosa ci dobbiamo aspettare?


Io intanto mi aspetto che La Malora, che è morta nell'istante stesso in cui la abbiamo pubblicata e stampata, rinasca nelle parole e nelle interpretazioni di chi la legge o la ascolta. Ad esempio, un ragazzo che si chiama Matteo, con Inchiostro Lisergico (https://www.facebook.com/InchiostroLisergico), partendo dalla Malora, ha disegnato un libro di xilografie. Ha proprio "riscritto" La Malora, diciamo. Alla fine questa storia non è altro che una serie di ganci, a disposizione di chi ci vuole appendere la propria storia. Quindi il nostro vagare per l'Italia è un po' il tentativo di andare a raccogliere le riscritture della Malora che le persone possono offrirci. Allora, finalmente, siamo noi il pubblico. Ribalta e retroscena sono annullati. Niente davanti o dietro al sipario. Solo ribaltando i ruoli il Marnero diventa veramente una vecchia pergamena. Chi la trova ci legge quello che vuole. E ci può scrivere sopra. Poi, quello che verrà, non lo sappiamo. "Dove andrai dopo" chiede il Clandestino. "Se lo sapessi sarei già morto" risponde il Baro.


Immagina un tour lungo, in cui il furgone è una nave nella bufera. Porta con te un disco, un libro e un sogno da voler realizzare.


Sono convinto che tutti noi 4 ti diremmo un disco diverso. Io personalmente trovo che nessuno meglio degli Envy in "Recitation" racconti il lento incessante andare in pezzi di tutte le cose nel tempo. Ma, per i Marnero, forse l'unico disco che davvero vorremmo avere tutti, e per sempre, è "Spiderland" degli Slint che per un milione di motivi è un disco che non morirà mai e che resiste alle bufere. Il libro che mi porterei penso che dovrebbe essere uno che non ho ancora letto altrimenti mi rompo le balle nella bufera. E se la bufera è lunga, meglio avere i Karamazov, MobyDick, il Conte di Montecristo o Infinite Jest. Se però dobbiamo sopravvivere. e mi chiedi un libro che aiuta a Sopravvivere, ecco quello è "In un milione di piccoli pezzi" di James Frey. Pur non essendo un libro incredibile, credo rappresenti un kit di sopravvivenza, un libro estremamente necessario per resistere: ti insegna a tener duro e ad andare avanti anche nella peggiore delle situazioni possibile. E per quanto riguarda il sogno da realizzare... ehm, ecco, le cose sono due, o andiamo da Marzullo, oppure il mio desiderio è questo: voglio trovare una lampada magica con un credito di un milione di desideri, anche se ho paura che, con tutti sti desideri, la lampada mi faccia diventare Carlo Conti.




Angelo Sava
marzo, 2016

Lo scorso 25 Dicembre è uscito il capitolo finale della trilogia dei Marnero, si chiama La Malora. Come i due precedenti (Naufragio Universale e Il Sopravvissuto), lamiere di chitarre creano una culla di spine attorno il romanzo delle voci, un canto di sirene post-apocalittico, una furiosa mareggiata ritmica di drammaturgico post-hardcore. I Marnero sono una fotografia in bianco e nero di un porto illuminato da un faro nella notte. Un veliero oscuro che rammenta la definitiva perdita di speranza, cercando in una bussola impazzita più un degno cordoglio che una direzione precisa. Tre capitoli intensi, l’ultimo (La Malora, Sanguedischi, ToLoseLaTrack, Shove, EscapeFromToday, FalloDischi) accompagnato da un libro omonimo firmato da J.D. Raudo (La Malora, BéBert Edizioni). I tre dischi del quartetto bolognese danzano nell’oblio della indifferenza e a più riprese contemplano un “Io” che perde tempo nel riflettersi nel fiume dei nostri anni, complice quel nemico di cui si attende il cadavere, che in realtà celava un volto famigliare, il nostro. Il Naufragio Universale spezza via l’ultimo respiro, c’è tanto coraggio in questa rotta buia (avere fede in qualche stella non lo so se mi conviene che il vero volto delle cose è al buio che si vede bene), poi la Malora è tragica verità che non fa più male (guardo davanti ai miei occhi e vi vedo ammanettati alla morte) e lentamente, in questi ultimi passi, ripetersi di guardare l’abisso e imparare a morire.

Ho incontrato J.D.;


“La trilogia Del Fallimento” credo abbia un epilogo tragico con l’arrivo della Malora, è così?!

Dunque, iniziamo col dire che a questo punto noi siamo le ultime persone in grado di sapere come finisce questa piccola storia. Questa storia da adesso è in mano ad altre persone. Possiamo però dire che non c'è un epilogo, la storia inizia proprio lì dove c'è la parola "Fine. E poi. Di nuovo." Da lì inizia la storia, quella da riscrivere, condividere, fare propria, portarsi dietro lungo la strada. Siccome la Trilogia votata al fallimento è per forza incompleta, adesso, secondo me, sta a chi la legge decidere che cosa c'è oltre quello Specchio Nero. Decidere che cosa c'è dall'Altro Lato. Decidere qual è il Come e dov'è l'Eppure e cos'è un Altrimenti. La Malora non arriva. È qui, è sempre stata qui, incombe su tutti, i ciliegi incantevoli di Dolls sfioriscono e tu li guardi, poi fioriscono di nuovo e stai ancora camminando. E per questo bisogna andare avanti anche se avanti non c'è niente: è proprio il momento di alzare il bavero ed andare. Penso questo come un tipo di Nichilismo che spinge ad accettare il rischio, a ribaltare, ribellarsi, recalcitrare, mettere in questione le abitudini, scartare di lato. Trovare il Come.

I Marnero, a mio avviso, sono stati fedeli narratori di questi anni. Nel presente che viviamo, ci vedo tanto nichilismo, anche mutando gli ambiti il risultato è non riconoscersi in quel che siamo, come se qualcosa ci trascinasse fuori da quello che sia giusto pensare e fare. Ho divorato tanta speranza nel Il Sopravvissuto su quel “quindi adesso barra a dritta, si procede, che dietro ormai la costa non si vede”, riesci a trovare briciole di speranza nei confronti delle nostre vite e del nostro paese?

Risposte non ce ne sono. Non c'è epilogo, non c'è approdo, non c'è salvezza. Una destinazione finale non c'è, e non c'è alcuna soluzione, né è il momento di riposarsi. Vedi, dentro la Taverna si possono fare solo domande: Che cosa è giusto pensare e fare? Ci riconosciamo in quel che siamo? Ma che cosa siamo davvero? Delle identità, dei copioni, delle maschere, dei volti, dei ruoli? E quello che Noi siamo, chi lo ha deciso? Dunque, potremmo forse Noi essere altro? Nella storia che raccontiamo ne La Malora, i personaggi progressivamente si frantumano e perdono i loro ruoli, e allora quando il Baro non può più barare, che cosa diventa? Forse l'identità perduta libera le anime. Una cosa però, la possiamo dire. Cercare briciole di speranza è come mettere la testa nel forno. Se c'è una cosa che paralizza il cambiamento, se c'è un lucchetto inespugnabile che fissa le catene, quella è la Speranza. Nel libro, il Marinaio racconta di essere stato rinchiuso in una galera chiamata Esperanza. (Lo dice anche Bane a Batman, eh, senza andare troppo lontano: nulla si crea ec. ec.). Che cos’ è Esperanza? Esperanza è un luogo infernale, dove da una piccola finestra intuisci una via di uscita e credi di poterti arrampicare fino là. Ma in realtà non c'è nessun varco e tutti muoiono nel tentativo di raggiungerlo. Quando in realtà la porta della Gabbia era aperta! Ecco il grande inganno! La prima cosa necessaria, per potersi liberare, è quindi abbandonare la falsa illusione che ti dà la Speranza, quella trappola orrenda. Solo avanzare nella più totale assenza di Speranza ti consente di utilizzare il tuo penultimo giorno come se fosse l'ultimo, e cioè: andando a fare un bagno nel mare di notte, che è quello che, nella Taverna, ci dice che farà il Marinaio prima di morire.

Se potessi incontrare il te stesso di quindici anni fa, cosa gli consiglieresti col senno di poi?

Ah. Se lo incontrassi sarebbe un bel problema, perché quello che sono oggi è la somma degli errori e dei passi che ha fatto il me stesso del passato. Il fallimento è necessario per poter continuare a remare, è necessario per poter spezzare il ciclo Illusione/Disillusione. Quindi se non avessi fatto certi errori, se non avessi attraversato certi naufragi e fallimenti, adesso non potrei dare proprio nessun consiglio, e quindi si creerebbe un circolo in loop di eterno ritorno. Un paradosso. Un Marty McFly che si cancella, nella foto, da solo, mentre canta, struggentemente, "Oh Angel". Lì c'è La Malora. Forse è per questo che ho sempre preferito quando Marty canta "Oh Angel" rispetto a quando fa "Johnny Be Good". Anche se il cugino di Chuck Berry mi fa sempre molto ridere.

L’impressione è che in Italia uno spazio autogestito, anche se longevo nella sua occupazione, possa essere sgomberato in fretta e furia senza troppi perché. Questo succede esclusivamente per un problema riguardante la cultura del nostro paese o pensi che ci siano meccanismi nascosti difficili da decifrare che portino a murare l’impegno e l’ideale di un gruppo di persone?

Parli di Atlantide. Da lontano forse la peculiarità della storia di Atlantide può apparire sfocata. Non possiamo raccontarla in poche parole. Ma Atlantide è un simbolo, è un avamposto. La sua storia insegna molto, anche adesso che ci sono dei mattoncini che l'hanno trasformata in Pompei. Guardando dalla finestra di Atlantide, si possono vedere ancora le cose cristallizzate come erano nell'ultimo istante, durante l'ultimo concerto, e quindi è davvero come vedere Pompei. Sepolta, paralizzata, sotto cenere si crea però la brace. C'è qualcosa che brucia lì sotto, c'è qualcosa che sopravvive. Un villaggio che si è formato. Un NOI. Quella cenere, quel muro, spiegano molto bene qual è l'idea di cultura che c'è in questo paese e che porta avanti questo tipo di amministrazioni. Che poi, a Bologna sono le stesse amministrazioni che poi si bullano: di sovvenzionare discoteche che fingono di fare controcultura underground, di contribuire a documentari sulla città dove c'era l'Isola nel Cantiere, di mettere su mostre di foto mettendoci il bollino a tutto ciò che, in realtà, trenta anni fa volevano distruggere. Così, non mi stupirei affatto che se fra venti anni il Comune di Bologna facesse una mostra su Atlantide, per celebrare post-mortem qualcosa che ha voluto fortemente distruggere e seppellire. Complimenti.

E’ uscito il tuo libro La Malora (BéBert Edizioni), è una visione dilatata di tutta la Trilogia?

La Malora è la storia che volevo raccontare nel quarto disco della Trilogia. Ma visto che nessuno mi ha mai regalato per natale il dono della sintesi, al momento di mettermi a scrivere i testi, ho buttato giù la storia senza preoccuparmi del vincolo della metrica. Risultato: 180 pagine. Da quelle pagine ho estratto i testi delle canzoni, per poi rendermi conto che non vivevano di vita propria, avevano bisogno di un contesto in cui inserirsi, e le canzoni non bastavano a raccontare i personaggi. A quel punto è arrivato Matteo di Bébert (http://www.bebert.it), che mi ha proposto di pubblicare il romanzo e allora ecco che è il parto della Malora è diventato bicefalo e siamese: Due dischi, un libro, 4 parti di una Trilogia che nasceva già sapendo di fallire.

Dopo la Malora cosa ci dobbiamo aspettare?

Io intanto mi aspetto che La Malora, che è morta nell'istante stesso in cui la abbiamo pubblicata e stampata, rinasca nelle parole e nelle interpretazioni di chi la legge o la ascolta. Ad esempio, un ragazzo che si chiama Matteo, con Inchiostro Lisergico (https://www.facebook.com/InchiostroLisergico), partendo dalla Malora, ha disegnato un libro di xilografie. Ha proprio "riscritto" La Malora, diciamo. Alla fine questa storia non è altro che una serie di ganci, a disposizione di chi ci vuole appendere la propria storia. Quindi il nostro vagare per l'Italia è un po' il tentativo di andare a raccogliere le riscritture della Malora che le persone possono offrirci. Allora, finalmente, siamo noi il pubblico. Ribalta e retroscena sono annullati. Niente davanti o dietro al sipario. Solo ribaltando i ruoli il Marnero diventa veramente una vecchia pergamena. Chi la trova ci legge quello che vuole. E ci può scrivere sopra. Poi, quello che verrà, non lo sappiamo. "Dove andrai dopo" chiede il Clandestino. "Se lo sapessi sarei già morto" risponde il Baro.

Immagina un tour lungo, in cui il furgone è una nave nella bufera. Porta con te un disco, un libro e un sogno da voler realizzare.

Sono convinto che tutti noi 4 ti diremmo un disco diverso. Io personalmente trovo che nessuno meglio degli Envy in "Recitation" racconti il lento incessante andare in pezzi di tutte le cose nel tempo. Ma, per i Marnero, forse l'unico disco che davvero vorremmo avere tutti, e per sempre, è "Spiderland" degli Slint che per un milione di motivi è un disco che non morirà mai e che resiste alle bufere. Il libro che mi porterei penso che dovrebbe essere uno che non ho ancora letto altrimenti mi rompo le balle nella bufera. E se la bufera è lunga, meglio avere i Karamazov, MobyDick, il Conte di Montecristo o Infinite Jest. Se però dobbiamo sopravvivere. e mi chiedi un libro che aiuta a Sopravvivere, ecco quello è "In un milione di piccoli pezzi" di James Frey. Pur non essendo un libro incredibile, credo rappresenti un kit di sopravvivenza, un libro estremamente necessario per resistere: ti insegna a tener duro e ad andare avanti anche nella peggiore delle situazioni possibile. E per quanto riguarda il sogno da realizzare... ehm, ecco, le cose sono due, o andiamo da Marzullo, oppure il mio desiderio è questo: voglio trovare una lampada magica con un credito di un milione di desideri, anche se ho paura che, con tutti sti desideri, la lampada mi faccia diventare Carlo Conti.



Angelo Sava
marzo, 2016